Live&Football

FootballShare

Editoriale Italia

È davvero la Superlega il calcio del futuro?

Da anni ormai si parla di Superlega, ma mai come dopo la pandemia il discorso è entrato nel vivo. E in un calcio che diventa sempre meno popolare la scelta di un “calcio aristocratico” potrebbe essere deleteria

Il 21 Gennaio del 2021 la FIFA e la UEFA pubblicano, congiuntamente, una dichiarazione contro la Superlega: qualsiasi calciatore che parteciperà alla competizione ideata dall’ECA sarà automaticamente escluso dai tornei UEFA e FIFA per le nazionali.

Se da una parte si tratta della prima vera presa di posizione nei confronti della controversa proposta sportiva, dall’altra rischia di essere un clamoroso buco nell’acqua che va’ a colpire le nazionali: se dovessero crearsi dei bracci di ferro tra le stesse nazionali e i club impegnati nella Superlega, a spuntarla sarebbero senz’altro i secondi. Con il rischio di svuotare di campioni le manifestazioni calcistiche più affascinanti e importanti.

Cos’è la Superlega?

La Superlega è un progetto nato dal consiglio di amministrazione dell’ECA (European Club Association, capitanata al momento dal presidente della Juventus Andrea Agnelli), la quale nasce a sua volta dalla volontà di tutti i grandi club d’ Europa di sfuggire all’incessante pressione della UEFA; questo ha poi portato negli anni l’associazione a concepire, appunto, una competizione che vada a sostituire in futuro la Champions League e addirittura i campionati nazionali, stravolgendo il modo di conoscere il calcio che abbiamo attualmente.

Questa nuova competizione dovrebbe adottare una formula in stile NBA, con due grandi gironi a campionato e dei play-off per determinare la squadra vincente tra le 20 migliori d’Europa: 18 squadre fisse (sostanzialmente i club fondatori) e due che possono accedervi per “meritocrazia”. In ballo ci sarebbero 6-7 miliardi provenienti dai diritti tv e dagli sponsor, da ripartire all’interno della stessa competizione.

È facile comprendere come un sistema del genere possa mettere concretamente in difficoltà i campionati nazionali (più delle competizioni europee, dall’appetibilità maggiore rispetto ai primi) che vedrebbero una perdita di introiti e interessi clamorosa che rischia di abbassare fortemente il livello generale dello sport.

Se a questo si aggiunge la possibilità che i calciatori partecipanti alla Superlega possano avere stipendi esorbitanti e nessun paletto finanziario imposto dall’UEFA, la frittata è fatta: qualsiasi professionista aspirerebbe a giocare quella che diventerebbe la competizione più redditizia esistente, facendo perdere interesse anche nei tornei internazionali della FIFA – che ha proibito, come detto inizialmente, la doppia partecipazione.

La falsa meritocrazia della Superlega

Come già ampiamente detto, la UEFA non avrebbe ovviamente nessun potere finanziario e giudiziario sulla manifestazione: questo significa che, almeno all’inizio, qualsiasi club può sfruttare totalmente il proprio patrimonio per comprare qualsiasi giocatore, a qualsiasi costo e stipendio: nei casi di club come PSG e Manchester City, da tempo gestiti e finanziati da fondi smisurati provenienti dal Medio Oriente, questo significherebbe poter realizzare, potenzialmente, un calciomercato fuori dalla logica umana, senza dover badare al bilancio o al tanto agognato Fair Play Finanziario; se, da un lato, i soldi di sicuro non vincono le partite, dall’altro questa possibilità è oggettivamente triste: la competizione si giocherebbe quasi esclusivamente a livello finanziario, con i club più ricchi enormemente avvantaggiati, soprattutto nei confronti delle squadre non partecipanti di diritto e che dovrebbero guadagnarsi sul campo l’accesso alla Superlega, e che non sfrutterebbero quindi costantemente i proventi dei diritti tv.

Inoltre, un calcio d’élite come questo, sarebbe incredibilmente penalizzante nei confronti di quelle squadre che, storicamente, hanno vinto (e anche tanto) in campo europeo: è assurdo credere che il City e il PSG meritino – in termini sportivi – più dell’Ajax, ad esempio.

La Premier League, un modello percorribile e realmente meritocratico

La crescita dei ricavi dai diritti tv col passare degli anni in Premier

Il modello Premier è ormai riconosciuto come il più performante in termini di divisione degli introiti (il rapporto tra i ricavi della prima in classifica e dell’ultima è minore o al massimo uguale a 2), e questo offre chiaramente un equilibrio maggiore a livello economico (e quindi un aumento dello spettacolo in termini sportivi); tutti i diritti tv sono ripartiti in cinque categorie:

  • 50% diviso in parti uguali tra tutti i club che include tre delle cinque categorie. Questa percentuale comprende una parte suddivisa equamente (Equal Share), una parte di ricavi commerciali (Central Commercial) e i diritti tv esteri (Overseas TV).
  • 25% assegnato in base ai passaggi televisivi in diretta per ciascuna squadra (Facility Fees)
  • 25% assegnato in base alla posizione in classifica al termine del campionato (Merit Payment)

Se consideriamo anche l’elevata richiesta in termini di visibilità che il campionato offre, grazie ad una cultura sportiva decisamente più rilevante rispetto agli altri paesi europei, e grazie soprattutto all’interesse suscitato nei confronti dei grandi acquirenti nell’acquisire quote rilevanti (e investire) sui club anglosassoni, il risultato, paragonato all’Italia, è sconcertante: nella stagione 2018/2019 l’Huddersfield Town ultimo in classifica ha percepito oltre 96 milioni di sterline, rispetto agli 85,3 milioni di euro guadagnati dalla Juventus prima classificata.

Questo garantisce anche ai club meno popolari di poter ricavare ingenti quantità di denaro utile alle finanze; inoltre, con dei proprietari capaci di spendere e dei dirigenti qualificati e realmente vicini agli ambienti del club, si crea un generale innalzamento del livello qualitativo delle squadre e del campionato, generando maggiore interesse, maggiore richiesta e, ovviamente, maggior guadagno.

La tabella dei ricavi dei club in Premier nella stagione 18/19

Non uccidete il calcio

Nel periodo storico che più che mai ha allontanato, anche fisicamente, i tifosi dal calcio, l’effetto che può scatenare la Superlega è pericoloso: un generale abbassamento della qualità delle competizioni attorno ad essa, correlato ad introiti minori, rischia pian piano di far marcire un sistema che vive delle difficoltà già evidenti, soprattutto a livello cadetto in tutti i grandi campionati europei; la Superlega attira indubbiamente l’attenzione dei mercati esteri (soprattutto asiatici), ma va’ a pregiudicare la natura primordiale di uno sport che amiamo tutti per quello che è, basato sulla reale competizione tra club, a livello di idee, tattica e tecnica dei giocatori e non di ricavi miliardari di diritti tv che possono concretamente condizionare le prestazioni delle squadre.

Il calcio ha vissuto un forte allontanamento a livello sociale dalla popolazione, che ha spostato l’attenzione spesso e volentieri su diverse forme di intrattenimento e su diversi sport: se si vuole ambire al modello NBA, bisogna considerare che il campionato cestistico più seguito al mondo non esclude alcun club e soprattutto permette alle franchigie in difficoltà (in termini sportivi) di avere gli strumenti adatti per ritornare subito competitive, andando decisamente contro quello che sarà la Superlega.

Un favore che qualsiasi amante del calcio chiede ai padroni di questo sport è quello di non ucciderlo: per quanto possa essere attraente l’idea di un campionato tra i top club europei, il risultato potrebbe essere devastante, rischiando di rendere il calcio sempre meno popolare e sempre più una élite.

E questo è inaccettabile non solo per il calcio ma anche per qualsiasi altro sport.

LEAVE A RESPONSE

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *